I reati ai tempi del Coronavirus: gli artt. 650 e 485 del Codice penale – Parte 1

Reati che possono essere commessi da persone fisiche non contagiate

di Massimo Borgobello

 

Introduzione

 

Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 11 marzo 2020 pone serie limitazioni alla mobilità delle persone e alle attività economiche; la restrizione alle persone fisiche è prevista dall’art. 3, lett. c), del D.p.c.m. 8 marzo 2020.

Quel che interessa fare, oggi, è chiarire quali siano i reati che possono essere commessi violando le disposizioni del Dpcm da parte delle persone fisiche non soggette alle limitazioni di chi è stato interessato da contagio o quarantena (ne parliamo in un altro articolo clicca qui per leggerlo) . 

Come è noto, il D.p.c.m. 8 marzo 2020, all’art. 1, lett. a), dispone che: “salvo che per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessita’ ovvero spostamenti per motivi di salute. E’ consentito il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza” e all’art. 3, lett. c), dispone che “si raccomanda di limitare, ove possibile, gli spostamenti delle persone fisiche ai casi strettamente necessari”; l’art. 4 dello stesso decreto dispone che, salvo che il fatto non costituisca più grave reato, la violazione delle norme degli articoli da 1 a 3 integra la contravvenzione di cui all’art. 650 Codice penale.

L’art. 650 C.p. è una contravvenzione che punisce con l’arresto fino a tre mesi e l’ammenda fino ad euro 206 l’inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità (è ammessa l’oblazione).

 

Cosa è possibile fare e cosa risulta penalmente rilevante per le persone fisiche?

 

Proviamo a capire, quindi, cosa è possibile fare e cosa, invece, risulta penalmente rilevante, per le persone fisiche, con l’avvertenza che si tratta dell’opinione di chi scrive e che, certamente, gli Uffici Giudiziari del territorio nazionale fanno interpretazioni diverse tra loro.

In primo luogo, è chiaramente consentito spostarsi per motivi di lavoro, a piedi, con mezzi propri o pubblici; l’aggettivo “comprovate”, associato ad esigenze di lavoro, è del tutto superfluo e non va ad incidere su cosa si può e su cosa non si può fare (si autocertifica tutto: ci torneremo poi).

Probabilmente illecito è recarsi presso il luogo in cui si esercita la propria attività “chiusa” per fare l’inventario o risistemare il magazzino; più che un motivo di lavoro, sarebbe un motivo legato al proprio lavoro. La questione risulterebbe, tuttavia, discutibile, in un senso o nell’altro, in sede processuale.

 

Quando ci si può spostare?

 

Ci si può spostare per ragioni di necessità, con raccomandazione di limitare, ove possibile, gli spostamenti delle persone fisiche ai casi strettamente necessari.

La casistica è varia, ma vi rientrano certamente, per esempio: fare la spesa, recarsi in farmacia, passeggiare con il cane, passeggiare per fare moto, correre, a piedi o in bicicletta, fare sport all’aperto da soli, senza creare assembramenti.

Acquisti diversi da quelli alimentari o farmaceutici sono consentiti, solo se riguardano beni “legati ad esigenze primarie e non rimandabili” (Fonte Ministero dell’interno, vademecum intitolato “possomuovermi”).

Non è chiaro cosa significhi esattamente: l’acquisto di una lampadina è portato comunemente ad esempio, ma è ovvio che l’acquisto di una lampadina di un lampadario a 12 candele certamente non risponderebbe ai requisiti.

 

Si pone poi un distinguo tra ciò che si poteva fare dal giorno 8 marzo al giorno 11 e ciò che è possibile fare dal 12 in poi.

 

Tra il giorno 8 ed il giorno 11 era possibile, per esempio, uscire per acquistare un libro o un vestito o una consolle per videogame 8; dal 12 marzo, al contrario, la condotta lecita il giorno prima è diventata illecita.

Non è consentito recarsi nelle seconde case: chi avesse un’abitazione in montagna, ad esempio, e volesse trascorrervi il periodo di vigenza del D.p.c.m., non potrebbe. Eccezioni: potrebbe accedervi chi fosse in possesso di un certificato medico che prescrive un periodo al mare o in montagna, chi abbia la residenza nella “seconda” casa, chi debba recarvisi per recuperare beni “legati ad esigenze primarie e non rimandabili”, chi debba recarvisi per ragioni di rilevanza patrimoniale seria (attività che, non eseguite, comporterebbero danni all’immobile stesso o a terzi).

Sempre secondo il Ministero dell’interno, “andare a mangiare da parenti” non sarebbe motivo lecito per spostarsi; diverso il comportamento di chi si occupa di persone anziane – anche non parenti – che necessitano di assistenza. In quel caso il trattenimento è comunque consentito.

In ogni caso, le notizie date con mezzi ufficiali, ossia media e internet da fonti qualificate (ad esempio il vademecum del Ministero) determinano un affidamento legittimo e possono portare all’esclusione del reato di chi si muove seguendole.

Sui motivi di salute non è necessario soffermarsi: unica accortezza, documentare tutto mediante certificato.

 

Il modello di autocertificazione

 

E’ notoriamente circolato un modello di autocertificazione, che si può scaricare anche dal sito internet del Ministero dell’interno, per “giustificare” il motivo per cui si esce.

Qui entra in gioco il secondo reato che può essere comunemente commesso in questo periodo, ossia la falsità ideologica in atto pubblico commessa da privato ai sensi dell’art. 483 C.p.

In pratica, è punito con la reclusione fino a due anni chi dichiara il falso nell’autocertificazione.

C’è poco da dire: se si deve utilizzare il modulo del Ministero, è assolutamente necessario affermare il vero.

In un’ottica del perseguire il male minore, chi fosse uscito in un contesto diverso da quello per cui è certamente lecito muoversi, ha tutto l’interesse a dichiarare le vere finalità per cui si muove per non incorrere nel reato di cui all’art. 483 C.p., molto più grave della violazione di cui all’art. 650 C.P.

Non solo: dato che i due reati andrebbero in concorso (uno non esclude l’altro), non avrebbe senso mentire perché si aggraverebbe sensibilmente la propria posizione.

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